Salute

Perché sei in sovrappeso?

Fattori che predispongono al all’eccesso ponderale: dall’abuso all’autostima

Quando si parla di obesità p sovrappeso la prima azione che si compie è quella di individuare i cibi che possono farci ingrassare, ridurre le calorie o rivolgersi ad un nutrizionista. Sembrerà incoerente che in un articolo dedicato al sovrappeso non se ne parli, ma prima di trattare questo problema bisogna analizzare il fenomeno generale nei suoi molteplici fattori che, a primo acchito, non sembrano essere connesse alla questione dei “chili di troppo”. Tuttavia, negli ultimi decenni le ricerche hanno messo in luce fattori psicologici correlati alla nostra condizione corporea.

“Legacci psicologici”

Tratti della personalità, modalità con le quali si consumano gli alimenti, esperienze di vita pregresse, preferenze alimentari, influenze culturali e ambientali e tanto altro ancora sono sorprendentemente simili nei soggetti obesi. Elementi aggiuntivi, secondo alcuni autori, sarebbero la presenza di alcune instabilità presenti nel sottobosco della realtà soggettiva: la mancanza di forza di volontà, l’incapacità di farsi valere, l’accettazione passiva del destino e la tendenza a rinunciare di fronte alle difficoltà e via dicendo, sono tutti fattori che possono emergere soprattutto nei bambini nel momento in cui non vengono incoraggiati a prendere le proprie iniziative e diventare autosufficienti (Bruch,1977). I fattori già menzionati trasmettono delle sollecitazioni, motivano, in altri termini a seguire un certo stile alimentare anziché un altro; aderire ad un determinato stile di vita anziché ad un altro. Pertanto, l’eccesso ponderale risulta essere il prodotto di una motivazione ciclica in senso invertito rispetto all’obiettivo dimagrante. Ne è testimone la circostanza secondo la quale, una volta toccato il fondo della stima personale, in alcuni soggetti si autoterapizza la propria condizione obesogena in maniera ossessiva: sport, alimentazione, integratori e altro ancora utilizzati alla stregua di un vero e proprio accanimento terapeutico.

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In questi casi è come se, quella motivazione utilizzata per adempiere lo stile di vita obesogeno e sostenere il travaglio del sovrappeso, fosse sbloccata all’improvviso e utilizzata, appunto, in senso invertito: dimagrire, allenarsi ecc. È proprio da qui che viene aperta la “cassaforte” dei talenti e utilizzata per far emergere l’autostima dalle macerie del passato.

L’individuo diventa capace di liberare “energie insospettate” che giacevano latenti, mette luce nelle risorse soggettive eclissate, impenna in un’arrampicata individuale e sociale nella martellante ricerca di un livello “fisiologico” di autostima. Ricoprendo il ruolo di fiscale custode della valutazione personale, si dedicata all’estrema profondità del proprio traguardo.

Ovviamente, tale ossessione ha un prezzo da pagare nel lungo termine: la “balcanizzazione” della personalità. L’instabilità emotiva consegue questo aspetto.

Dalla realizzazione personale al concetto di “incapacità appresa”

Esistono persone che in seguito a particolari disagi o esperienze negative (abuso, maltrattamenti, ecc.) hanno paralizzato il proprio funzionamento motivazionale. In queste persone, soprattutto quando si tratta di abusi (più frequenti di quello che si pensa!), il soggetto tende all’autocolpevolizzazione in cui si associa un declino dell’autostima. Quest’ultima circostanza è associata al processo di realizzazione personale, ovvero con il successo di particolari tipologie attività (lavoro, famiglia, sport ecc.) si arriva a “realizzare” la propria vita come persone competenti, in grado di..”.

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La compromissione della sfera di applicazioni di quelle attività che rappresentano un mezzo di realizzazione per il soggetto nel campo familiare, lavorativo, relazionale e di vita in generale, compreso il “successo” alimentare (dove ne scaturisce il controllo sul proprio corpo) è generatrice di conflitti.

Seligman (Maier, 1967) ha descritto questo concetto di “impotenza appresa” come un complesso di deficit emotivi, cognitivi e della motivazione, derivante da ripetute esposizioni ad eventi negativi incontrollabili. Gli obiettivi auspicati, attesi, non possono essere più messi in relazione con atti, sforzi praticabili, e il soggetto precipita nell’inazione.

Il concetto, essendo mutuato dalla ricerca sugli animali è stato in seguito criticato e rivisitato da più parti, e anche dallo stesso Seligman, insieme ad Abramson e Teasdale (1978). Egli ha introdotto modifiche al quadro teorico iniziale che non contemplava le “attribuzioni causali” fatte dalle persone in relazione alla propria impotenza che conduce ad un senso di ineluttabilità più marcato e ad una sfiducia più estesa, laddove invece attribuire la propria impotenza a fattori esterni, oppure interni ma specifici e/o variabili, può consentire di sottrarsi alla generalizzazione e alla cronicizzazione.

Il risultato della buona riuscita di un obiettivo nasce anche dal confronto tra la percezione delle capacità o prestazioni e le attese del soggetto, dai propri valori o convinzioni. Un tipico esempio è dato da quelle persone che attribuiscono il fallimento della dieta all’incompetenza dello specialista (locus of control esterno); per contro, abbiamo la circostanza in cui il fallimento venga attribuito a sé stessi (locus of control interno). In quest’ultimo caso (sfortunatamente più popolare) il soggetto potrebbe modificare le proprie aspirazioni, mete o valori essendo così svalutate la concezione di apparire con un bel corpo e l’importanza attribuita al medesimo. Così di grande interesse diventa mangiare, senza porsi più il problema di pensare ad una ulteriore soluzione.

Compiti del professionista

Compito dell’esperto non è principalmente istruire sui rischi di un’alimentazione smodata o sulle corrette procedure da adottare in termini di scelta quali-quantitativa dei cibi; piuttosto considerare l’identità di questi individui caratterizzati in maniera pervasiva da vissuti autosvalutativi e di insicurezza (bassa autostima), di incapacità e di inadeguatezza (bassa autoefficacia), timore eccessivo di un verdetto sociale, di un giudizio altrui, tendenza sistematica ad evitare situazioni interpersonali (inibizione sociale). Attenzionare, inoltre, le definizioni di realtà (cercando di invalidarle qualora risultino disfunzionali) da cui tali individui ricavano le loro identità squilibrate e il senso di ineluttabilità (“Io sono così e non posso farci niente”).

Conclusioni

In linea più generale, al contempo l’obiettivo è di indurre la ristrutturazione del senso di identità inglobando un vissuto soggettivo di sicurezza, “forza psicologica“ e indipendenza dall’altrui giudizio. Un tale risultato è solo possibile evitando di trattare i propri clienti come “casi personalizzati”…su uno schedario (molto spesso i parametri utilizzati sono quelli: del peso, altezza e circonferenze in punti specifici ecc.).

I problemi dei clienti dovrebbero essere visti come situazioni operative, occasioni e casi didattici per apprendere l’universo della variabilità individuale che sta dietro ad ogni “forma” di modifica corporea disfunzionale: sovrappeso, obesità, magrezza o la disperata ricerca di una massa muscolare abnorme.

 

Claudio Lombardo

Laureato in «Scienze Organizzative e Gestionali», «Scienze e Tecniche Psicologiche» (con tesi di laurea: “Ipotesi d’intervento preventivo sul sovrappeso e obesità in una prospettiva psico-socio-biologica”), «Processi Cognitivi e Tecnologie» nonché iscritto alla facoltà di «Scienze dell’Alimentazione».  È ricercatore presso Science of Consciousness Research Group dell’Università di Padova.  È autore dei libri: Iscriversi in palestra e continuare ad andarci; La scienza del dimagrimento; Dal mondo del sovrappeso all’universo dell’obesità; Non sono un Algoritmo!  È coautore dei libri: La dipendenza affettiva e sessuale tra normalità e patologia; La violenza al di là del genere: quando la vittima è lui; Il corpo nell’arte. Per informazioni consultare il sito internet: www.claudiolombardo.it

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